il conte vlad parte 3
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il conte vlad parte 3
UN EROE NAZIONALE
Nel 1476 i Turchi ripresero i loro attacchi contro la Moldavia e il re ungherese decise di servirsi delle indiscusse capacità guer-resche di Vlad Tepes. Così, uscito dalla prigione, venne inviato in Valacchia e riuscì a riprendere il suo trono, sconfiggendo Laiota Basarab, che da poco tempo aveva sostituito Radu cel Frumos. Ancora una volta la sua vendetta si compì e per tredici mesi innumerevoli nemici furono impalati su un bosco cli pertiche erette ovunque.
Verso la fine del 1477 Laiota Basarab, che nel frattempo si era rifugiato all'interno del territorio ottomano, tornò con un ingen-te esercito e rapidamente riuscì a sconfiggere i pochi uomini di Vlad Tepes.
Non sappiamo come avvenne la fine terrena di questo inquie-tante personaggio. Tuttavia il suo ricordo non si spense e le sue crudeli iniprese crearono intorno a lui un'aura di leggenda, destinata a contrassegnarlo con toni a tratti soprannaturali.
Il legato apostolico a Pest, Niccolò di Modrussa, che lo aveva incontrato di persona, lo descrive in una lettera al papa Pio II, Silvio Piccolomini (1458-1464), come un vero demonio incarna-to in un principe valacco.
Pio II quindi inserì questa terribile figura nei suoi Commentari, restituendoci un'immagine colma di orrore e profondaniente condizionata dalla tradizione mitica formatasi intorno a Vlad 1'impalatore.
«I valacchi sono un popolo che abita al di là del Danubio, fra il mare Eusino e le regioni chiamate Transilvania (...) Ai nostri giorni fu loro signore Dragula, uomo dal carattere incostante e vario (...) Dopo aver invaso la provincia di (Cinibio, incendiò moltissimi villaggi pieni di persone, e, allo stesso modo, trascinati in Valacchia molti uomini in catene, li fece impalare.
«Alcuni mercanti che erano stati attirati dalla promessa di protezione da parte dello Stato, mentre attraversavano la Valacchia con merci preziose, furono uccisi dopo essere stati depredati dei loro beni. Ordinò che gli fossero portati da Vurcia quattrocento fanciulli per insegnar loro la lingua valacca; invece li chiuse in una fornace e li fece cremare. Fece uccidere gli uomini più nobili della sua stirpe e tutti coloro che erano suoi parenti stretti, insieme con mogli e figli. Fece sotterrare alcuni dei suoi servitori fino all'ombelico e li trafisse con frecce, molti altri, invece, li scuoìò.
«Catturò in guerra un certo Daym, figlio di un altro Daym voi-voda, e mentre era ancora vivo e vedente, gli fece costruire una tomba e ordinò ai sacerdoti di celebrargli le esequie; quando queste furono portate a termine, mozzò il capo al prigioniero. Cinquantatré ambasciatori che erano stati inviati dai transilvanì furono gettati in prigione; e, dopo aver invaso le loro terre, approfittando del fatto che non temevano alcun atteggiamento ostile, mise tutto a ferro e fuoco. Fece impalare Ceilino, capo delle sue truppe, perché non aveva saputo soddisfare la sua mostruosità.
«Fece impalare seicento uomini di Vurcia, caduti nelle sue mani mentre si dirigevano verso un'altra provincia. Un certo Zegano, che si era rifiutato di impiccare con le sue mani un ladro che era stato fatto prigioniero, lo fece cuocere in un gran-de pentolone e lo diede da mangiare ai suoi concittadini. Strappò persino il seno alle madri dei fanciulli che bevevano il latte e li sfracellò contro la roccia sotto i loro occhi. Entrato nella provincia di Transilvania, fece convocare presso di sé come amici tutti i valacchi che vi abitavano e, riunitili insieme, scagliò loro contro i soldati e li sterminò, infine incendiò i loro villaggi. Si dice che abbia ucciso con questi metodi più di tremila perso-ne. Nell'anno 1462, l'imperatore dei Turchi, al cui potere era soggetto, chiese un tributo. Egli rispose che si sarebbe recato di persona ad Adrianopoli e avrebbe portato il tributo; quindi, chiese una lettera per i prefetti del luogo, con la quale poter viaggiare in sicurezza. Gli fu concessa.
«Attraversando il Danubio con l'esercito, uccise i prefetti tur-chi che gli vennero incontro e, compiute grandi razzie tra le popolazioni, trucidò più di venticinquemila persone di entrambi i sessi, tra le quali perirono anche alcune bellissime vergini, seb-bene fossero state chieste in mogli dai valacchi. Condusse in Valacchia un gran numero di prigionieri, dei quali alcuni fece scuoiare, altri furono fatti arrostire sul fuoco infilzati su spiedi, altri ancora furono fatti cuocere nell'olio bollente, e i restanti furono fatti impalare, così che il campo in cui furono compiute queste cose sembrava una selva di pali (...) Dopo aver commesso tante nefandezze, fu infine catturato da Mattia, re d'Ungheria, nello stesso inverno in cui papa Pio tornò a Roma da Todi (...) Ancora oggi il valacco langue in carcere, uomo di corporatura grande e bella e il cui aspetto sembra adatto al comando; negli uomini spesso, a tal punto differisce l'aspetto fisico dall'animo.
(E. Silvio Piccolomini, Commentari rerum memorabilium, 1584, Libro IX, pag. 598).
Il tema del «genio del male» ha trovato nella figura storica di Vlad III Tepes notevoli opportunità per affermarsi, in qualche caso trovando ampie possibilità di affermazione soprattutto nella mitologia.
Ad esempio, si narra che se una donna del suo principato era riconosciuta adultera, Vlad la faceva scorticare viva, dopo averle fatto amputare le parti intime: la pelle era quindi appesa alle mura perché servisse da monito a tutti. Pene analoghe erano riservate alle vedove che non si erano mantenute caste o alle gio-vani poco attente alla loro verginità. Tra le tante atrocità riporta-te nelle fonti troviamo la pratica di far mangiare alle niadri i pro-pri figli arrostiti, o quella di servire ai condannati all'impala-mento il seno delle proprie mogli come ultimo pasto. Tremende mutilazioni, violenza paranoide e antropofagia trapuntano come segni indelebili la storia di Vlad III il cui appellativo Tepes appa-re tragicamente adatto.
Non sappiamo quale fine abbia fatto il cadavere di Dracula; forse divenne veramente un vampiro, uno strigòiu come dicono in Romania, o forse più semplicemente fu oggetto di scempio sull'ultimo campo di battaglia da parte dei suoi nemici, tanti, forse neppure Turchi.
Secondo la tradizione il suo corpo fu sepolto nel monastero situato su una piccola isola del lago Snagov a una cinquantina di chilometri da Bucarest. Le parti più antiche del monastero risal-gono al 1364: verso l'inizio del XV secolo fu restaurato e trasfor-mato in fortezza e in seguito, dal XVII al XIX secolo utilizzato come prigione. Nella chiesa dell'Assunzione, in una tomba anonima, si trovano i resti attribuiti a Dracula, ma la certezza storica su questa attribuzione non esiste.
Se il cadavere fu spostato o se in quell'isoletta non vi giunse mai, fino ad oggi non è possibile stabilirlo con precisione: le tesi sono numerose e in esse, in genere, storia e leggenda si amalga-mano senza soluzione di continuità.
Dracula comunque non fu un pazzo, o almeno fu un pazzo lucido: la sua follia si univa alla ragion di stato e, paradossalinen-te, alla fede. Alcuni ritratti (se ne conoscono due ritrovati nel ca-stello di Ambras, presso Innsbruck, conservati presso il Kunst-museum di Vienna) lo rappresentano come uno dei tanti cava-lieri del suo tempo: solo gli occhi hanno qualcosa di misterioso, sono un po' allucinati e inquietanti, ma probabilmente la sua satanica fama ha finito per condizionare anche il più obiettivo degli osservatori.
La leggenda di Vlad III Tepes, detto Dracula, ha trovato la pro-pria cassa di risonanza non solo nella letteratura e nel cinema, condizionati dal romanzo di Bram Stoker, ma anche nella «storia di stato» romena. Infatti il dittatore Ceausescu rivendicò in lui una figura di patriota che nel quindicesimo secolo guidò le sue truppe contro le armate ottomane che minacciavano il paese.
Terminata l'epoca di Ceausescu, la figura di Dracula è stata abilmente ripresa dai tour operators che propongono numerosi percorsi turistici attraverso la Romania, sulle tracce del grande mito del vampiro.
«In Vlad l'Impalatore il popolo rumeno ebbe un grande uomo politico e un intransigente difensore dell'indipendenza del suo Paese (...) uomini politici e militari come (...) Vlad Tepes segna-rono momenti di epopea in difesa della terra patria, e nella loro qualità di dirigenti della lotta contro l'espansione ottomana si sono meritati un posto d'onore come grandi personalità della storia nazionale ed europea» afferma l'autorevole Storia dei popolo rumeno (1981). Una specie di revisionismo storico? Forse, senza dimenticare però che Vlad Tepes fu senza dubbio un grande con-dottiero e un abile politico: inoltre, molte delle sue imprese, anche quelle più terrificanti, flirono spesso condotte all'onbra di una croce di cui si riconosceva strenuo difensore."
Tratto dal sito : http://loukje.altervista.org/conte_vlad.htm
Il mito del vampiro moderno, la cui origine è da ricercare soprattutto nella cultura folclorica transilvana, deve in parte la sua affermazione a un personaggio storico che nel XV secolo seminò il terrore nell'Europa dell'Est: Vlad Tepes (l'impalatore).
Per meglio comprendere la vicenda di questo temuto personaggio dobbiamo fare un piccolo salto indietro. Lo stato valacco sorse nel 1330 ed era originariamente costituito da un insieme di voivodati, cioè feudi. Quella fragile struttura politica era tormentata da numerose lotte interne tra i singoli voivodati, con cadute di potere, repentini rientri e continue rivoluzioni.
Solo in principio si affermò una solida autorità centrale, arroccata intorno al principe Iancu Basarah, il più grande tra i voivoda valacchi, che regnò dal 1330 al 1364.
Da questo grande dominatore discendeva Mircea il Vecchio (nonno di Vlad III di Valacchia, l'impalatore), che ebbe il pote-re tra il 1386 e il 1418.
Vlad, come Vladìmiro e Vladislao, è un nome che si ritrova con frequenza nelle dinastie slave e balcaniche; il prefisso vlad significa potenza.
IL MISTERIOSO ORDINE DEL DRAGONE
Vlad padre regnò una prima volta tra il 1436 e il 1422, poi in seguito a una congiura lasciò il trono per un brevissinio periodo, fino a quando lo riconquistò dal 1433 al 1447.
Va tenuto presente che, tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, il regno d'Ungheria e gli attigui principati di Valacchia. Transilvania e Moldavia finirono al centro di cruenti scontri che videro come campo di battaglia l’Europa sud-orientale fino al Mar Nero e lungo i Balcani. Causa di questa violenta situazione furono non solo gli scontri tra i Turchi e i cristiani, ma anche le lotte di potere locali.
Il padre di Vlad Tepes, essendo voivoda della Valacchia era anche a capo dell'esercito e massima autorità dello stato, in pra-tica possedeva un potere pari a quello del sovrano, ma con la differenza che non si trasmetteva per diritto ereditario. Vlad, nel 1431, fu insignito dell'Ordine del Dragone, la più alta onorifi-cenza del Sacro Romano Impero, le cui frontiere di estendevano fino a Brasov tra la Valacchia e la Transilvania.
Nell'Ordine del Dragone entravano a far parte, in particolare. quanti si erano distinti nella guerra contro i Turchi. Le origini di questo Ordine sono alquanto oscure: si pensa che il fondatore sia stato Sigismondo, figlio dell'Imperatore Carlo IV, il quale rac-colse intorno al «Drago» tutta una serie di combattenti intenzionati a lottare contro l'eresia, in particolare contro gli Hussiti. Campo di operazione era l'area tra Boemia, Polonia e Ungheria. l'Ordine fece molte vittime tra le genti accusate di aver aderito alla dottrina di Hus. In seguito estese la propria influenza anche in Germania e in Italia; si estinse però in breve tempo: nel 1437, alla morte di Sigismondo.
Esiste un dibattito aperto sull'etimologia del termine Dracul (o Dracoi): infatti si deve sottolineare come già allora, per un'ambiguità terminologica, con il termine Draculesti si poteva definire tanto una «stirpe del drago» quanto la «stirpe del diavolo».
In romeno drac indica drago ma anche diavolo: da questa ambivalenza del termine si è finiti alla falsa interpretazioiie della figura di Vlad, con il conseguente retaggio di illazioni colme di superstizioni.
Probabilmente l'analogia tra le due figure (nella tradizione cristiana il drago è metafora del diavolo) ha favorito la sovrapposizione dei significati; senza dubbio è abbastanza difficile crede-re che un principe e i cavalieri adepti all'Ordine, cristiani e profondamente impegnati nella lotta contro l'eresia e l'islam, accettassero di far parte di un «Ordine del Diavolo». Più realisticamente si può ipotizzare l'utilizzo della figura del drago vista come creatura simbolica, potente, certamente contrassegnata da alcune prerogative in armonia con le istanze di Sigismondo e a noi non note.
Nella sostanza il problema non riguarda la trasformazione di Dracul in Dracula, ma il significato del termine: se si considera l'origine dal latino draco il riferimento si trova nel drago; men-tre se si considera il termine romeno drac, allora entra in gioco la figura del diavolo.
Nel 1476 i Turchi ripresero i loro attacchi contro la Moldavia e il re ungherese decise di servirsi delle indiscusse capacità guer-resche di Vlad Tepes. Così, uscito dalla prigione, venne inviato in Valacchia e riuscì a riprendere il suo trono, sconfiggendo Laiota Basarab, che da poco tempo aveva sostituito Radu cel Frumos. Ancora una volta la sua vendetta si compì e per tredici mesi innumerevoli nemici furono impalati su un bosco cli pertiche erette ovunque.
Verso la fine del 1477 Laiota Basarab, che nel frattempo si era rifugiato all'interno del territorio ottomano, tornò con un ingen-te esercito e rapidamente riuscì a sconfiggere i pochi uomini di Vlad Tepes.
Non sappiamo come avvenne la fine terrena di questo inquie-tante personaggio. Tuttavia il suo ricordo non si spense e le sue crudeli iniprese crearono intorno a lui un'aura di leggenda, destinata a contrassegnarlo con toni a tratti soprannaturali.
Il legato apostolico a Pest, Niccolò di Modrussa, che lo aveva incontrato di persona, lo descrive in una lettera al papa Pio II, Silvio Piccolomini (1458-1464), come un vero demonio incarna-to in un principe valacco.
Pio II quindi inserì questa terribile figura nei suoi Commentari, restituendoci un'immagine colma di orrore e profondaniente condizionata dalla tradizione mitica formatasi intorno a Vlad 1'impalatore.
«I valacchi sono un popolo che abita al di là del Danubio, fra il mare Eusino e le regioni chiamate Transilvania (...) Ai nostri giorni fu loro signore Dragula, uomo dal carattere incostante e vario (...) Dopo aver invaso la provincia di (Cinibio, incendiò moltissimi villaggi pieni di persone, e, allo stesso modo, trascinati in Valacchia molti uomini in catene, li fece impalare.
«Alcuni mercanti che erano stati attirati dalla promessa di protezione da parte dello Stato, mentre attraversavano la Valacchia con merci preziose, furono uccisi dopo essere stati depredati dei loro beni. Ordinò che gli fossero portati da Vurcia quattrocento fanciulli per insegnar loro la lingua valacca; invece li chiuse in una fornace e li fece cremare. Fece uccidere gli uomini più nobili della sua stirpe e tutti coloro che erano suoi parenti stretti, insieme con mogli e figli. Fece sotterrare alcuni dei suoi servitori fino all'ombelico e li trafisse con frecce, molti altri, invece, li scuoìò.
«Catturò in guerra un certo Daym, figlio di un altro Daym voi-voda, e mentre era ancora vivo e vedente, gli fece costruire una tomba e ordinò ai sacerdoti di celebrargli le esequie; quando queste furono portate a termine, mozzò il capo al prigioniero. Cinquantatré ambasciatori che erano stati inviati dai transilvanì furono gettati in prigione; e, dopo aver invaso le loro terre, approfittando del fatto che non temevano alcun atteggiamento ostile, mise tutto a ferro e fuoco. Fece impalare Ceilino, capo delle sue truppe, perché non aveva saputo soddisfare la sua mostruosità.
«Fece impalare seicento uomini di Vurcia, caduti nelle sue mani mentre si dirigevano verso un'altra provincia. Un certo Zegano, che si era rifiutato di impiccare con le sue mani un ladro che era stato fatto prigioniero, lo fece cuocere in un gran-de pentolone e lo diede da mangiare ai suoi concittadini. Strappò persino il seno alle madri dei fanciulli che bevevano il latte e li sfracellò contro la roccia sotto i loro occhi. Entrato nella provincia di Transilvania, fece convocare presso di sé come amici tutti i valacchi che vi abitavano e, riunitili insieme, scagliò loro contro i soldati e li sterminò, infine incendiò i loro villaggi. Si dice che abbia ucciso con questi metodi più di tremila perso-ne. Nell'anno 1462, l'imperatore dei Turchi, al cui potere era soggetto, chiese un tributo. Egli rispose che si sarebbe recato di persona ad Adrianopoli e avrebbe portato il tributo; quindi, chiese una lettera per i prefetti del luogo, con la quale poter viaggiare in sicurezza. Gli fu concessa.
«Attraversando il Danubio con l'esercito, uccise i prefetti tur-chi che gli vennero incontro e, compiute grandi razzie tra le popolazioni, trucidò più di venticinquemila persone di entrambi i sessi, tra le quali perirono anche alcune bellissime vergini, seb-bene fossero state chieste in mogli dai valacchi. Condusse in Valacchia un gran numero di prigionieri, dei quali alcuni fece scuoiare, altri furono fatti arrostire sul fuoco infilzati su spiedi, altri ancora furono fatti cuocere nell'olio bollente, e i restanti furono fatti impalare, così che il campo in cui furono compiute queste cose sembrava una selva di pali (...) Dopo aver commesso tante nefandezze, fu infine catturato da Mattia, re d'Ungheria, nello stesso inverno in cui papa Pio tornò a Roma da Todi (...) Ancora oggi il valacco langue in carcere, uomo di corporatura grande e bella e il cui aspetto sembra adatto al comando; negli uomini spesso, a tal punto differisce l'aspetto fisico dall'animo.
(E. Silvio Piccolomini, Commentari rerum memorabilium, 1584, Libro IX, pag. 598).
Il tema del «genio del male» ha trovato nella figura storica di Vlad III Tepes notevoli opportunità per affermarsi, in qualche caso trovando ampie possibilità di affermazione soprattutto nella mitologia.
Ad esempio, si narra che se una donna del suo principato era riconosciuta adultera, Vlad la faceva scorticare viva, dopo averle fatto amputare le parti intime: la pelle era quindi appesa alle mura perché servisse da monito a tutti. Pene analoghe erano riservate alle vedove che non si erano mantenute caste o alle gio-vani poco attente alla loro verginità. Tra le tante atrocità riporta-te nelle fonti troviamo la pratica di far mangiare alle niadri i pro-pri figli arrostiti, o quella di servire ai condannati all'impala-mento il seno delle proprie mogli come ultimo pasto. Tremende mutilazioni, violenza paranoide e antropofagia trapuntano come segni indelebili la storia di Vlad III il cui appellativo Tepes appa-re tragicamente adatto.
Non sappiamo quale fine abbia fatto il cadavere di Dracula; forse divenne veramente un vampiro, uno strigòiu come dicono in Romania, o forse più semplicemente fu oggetto di scempio sull'ultimo campo di battaglia da parte dei suoi nemici, tanti, forse neppure Turchi.
Secondo la tradizione il suo corpo fu sepolto nel monastero situato su una piccola isola del lago Snagov a una cinquantina di chilometri da Bucarest. Le parti più antiche del monastero risal-gono al 1364: verso l'inizio del XV secolo fu restaurato e trasfor-mato in fortezza e in seguito, dal XVII al XIX secolo utilizzato come prigione. Nella chiesa dell'Assunzione, in una tomba anonima, si trovano i resti attribuiti a Dracula, ma la certezza storica su questa attribuzione non esiste.
Se il cadavere fu spostato o se in quell'isoletta non vi giunse mai, fino ad oggi non è possibile stabilirlo con precisione: le tesi sono numerose e in esse, in genere, storia e leggenda si amalga-mano senza soluzione di continuità.
Dracula comunque non fu un pazzo, o almeno fu un pazzo lucido: la sua follia si univa alla ragion di stato e, paradossalinen-te, alla fede. Alcuni ritratti (se ne conoscono due ritrovati nel ca-stello di Ambras, presso Innsbruck, conservati presso il Kunst-museum di Vienna) lo rappresentano come uno dei tanti cava-lieri del suo tempo: solo gli occhi hanno qualcosa di misterioso, sono un po' allucinati e inquietanti, ma probabilmente la sua satanica fama ha finito per condizionare anche il più obiettivo degli osservatori.
La leggenda di Vlad III Tepes, detto Dracula, ha trovato la pro-pria cassa di risonanza non solo nella letteratura e nel cinema, condizionati dal romanzo di Bram Stoker, ma anche nella «storia di stato» romena. Infatti il dittatore Ceausescu rivendicò in lui una figura di patriota che nel quindicesimo secolo guidò le sue truppe contro le armate ottomane che minacciavano il paese.
Terminata l'epoca di Ceausescu, la figura di Dracula è stata abilmente ripresa dai tour operators che propongono numerosi percorsi turistici attraverso la Romania, sulle tracce del grande mito del vampiro.
«In Vlad l'Impalatore il popolo rumeno ebbe un grande uomo politico e un intransigente difensore dell'indipendenza del suo Paese (...) uomini politici e militari come (...) Vlad Tepes segna-rono momenti di epopea in difesa della terra patria, e nella loro qualità di dirigenti della lotta contro l'espansione ottomana si sono meritati un posto d'onore come grandi personalità della storia nazionale ed europea» afferma l'autorevole Storia dei popolo rumeno (1981). Una specie di revisionismo storico? Forse, senza dimenticare però che Vlad Tepes fu senza dubbio un grande con-dottiero e un abile politico: inoltre, molte delle sue imprese, anche quelle più terrificanti, flirono spesso condotte all'onbra di una croce di cui si riconosceva strenuo difensore."
Tratto dal sito : http://loukje.altervista.org/conte_vlad.htm
Il mito del vampiro moderno, la cui origine è da ricercare soprattutto nella cultura folclorica transilvana, deve in parte la sua affermazione a un personaggio storico che nel XV secolo seminò il terrore nell'Europa dell'Est: Vlad Tepes (l'impalatore).
Per meglio comprendere la vicenda di questo temuto personaggio dobbiamo fare un piccolo salto indietro. Lo stato valacco sorse nel 1330 ed era originariamente costituito da un insieme di voivodati, cioè feudi. Quella fragile struttura politica era tormentata da numerose lotte interne tra i singoli voivodati, con cadute di potere, repentini rientri e continue rivoluzioni.
Solo in principio si affermò una solida autorità centrale, arroccata intorno al principe Iancu Basarah, il più grande tra i voivoda valacchi, che regnò dal 1330 al 1364.
Da questo grande dominatore discendeva Mircea il Vecchio (nonno di Vlad III di Valacchia, l'impalatore), che ebbe il pote-re tra il 1386 e il 1418.
Vlad, come Vladìmiro e Vladislao, è un nome che si ritrova con frequenza nelle dinastie slave e balcaniche; il prefisso vlad significa potenza.
IL MISTERIOSO ORDINE DEL DRAGONE
Vlad padre regnò una prima volta tra il 1436 e il 1422, poi in seguito a una congiura lasciò il trono per un brevissinio periodo, fino a quando lo riconquistò dal 1433 al 1447.
Va tenuto presente che, tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, il regno d'Ungheria e gli attigui principati di Valacchia. Transilvania e Moldavia finirono al centro di cruenti scontri che videro come campo di battaglia l’Europa sud-orientale fino al Mar Nero e lungo i Balcani. Causa di questa violenta situazione furono non solo gli scontri tra i Turchi e i cristiani, ma anche le lotte di potere locali.
Il padre di Vlad Tepes, essendo voivoda della Valacchia era anche a capo dell'esercito e massima autorità dello stato, in pra-tica possedeva un potere pari a quello del sovrano, ma con la differenza che non si trasmetteva per diritto ereditario. Vlad, nel 1431, fu insignito dell'Ordine del Dragone, la più alta onorifi-cenza del Sacro Romano Impero, le cui frontiere di estendevano fino a Brasov tra la Valacchia e la Transilvania.
Nell'Ordine del Dragone entravano a far parte, in particolare. quanti si erano distinti nella guerra contro i Turchi. Le origini di questo Ordine sono alquanto oscure: si pensa che il fondatore sia stato Sigismondo, figlio dell'Imperatore Carlo IV, il quale rac-colse intorno al «Drago» tutta una serie di combattenti intenzionati a lottare contro l'eresia, in particolare contro gli Hussiti. Campo di operazione era l'area tra Boemia, Polonia e Ungheria. l'Ordine fece molte vittime tra le genti accusate di aver aderito alla dottrina di Hus. In seguito estese la propria influenza anche in Germania e in Italia; si estinse però in breve tempo: nel 1437, alla morte di Sigismondo.
Esiste un dibattito aperto sull'etimologia del termine Dracul (o Dracoi): infatti si deve sottolineare come già allora, per un'ambiguità terminologica, con il termine Draculesti si poteva definire tanto una «stirpe del drago» quanto la «stirpe del diavolo».
In romeno drac indica drago ma anche diavolo: da questa ambivalenza del termine si è finiti alla falsa interpretazioiie della figura di Vlad, con il conseguente retaggio di illazioni colme di superstizioni.
Probabilmente l'analogia tra le due figure (nella tradizione cristiana il drago è metafora del diavolo) ha favorito la sovrapposizione dei significati; senza dubbio è abbastanza difficile crede-re che un principe e i cavalieri adepti all'Ordine, cristiani e profondamente impegnati nella lotta contro l'eresia e l'islam, accettassero di far parte di un «Ordine del Diavolo». Più realisticamente si può ipotizzare l'utilizzo della figura del drago vista come creatura simbolica, potente, certamente contrassegnata da alcune prerogative in armonia con le istanze di Sigismondo e a noi non note.
Nella sostanza il problema non riguarda la trasformazione di Dracul in Dracula, ma il significato del termine: se si considera l'origine dal latino draco il riferimento si trova nel drago; men-tre se si considera il termine romeno drac, allora entra in gioco la figura del diavolo.
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